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Recensione: Racconti a cazzo di cane, di Matteo Manenti

di Julia Strife

L’ultimo lavoro di Matteo Manenti, l’antologia «Racconti a cazzo di cane», è una raccolta che parla ad un pubblico ben specifico: non è per tutti, sia per via delle tematiche sia per le trame proposte, e questo è chiaro già sfogliando le prime pagine. Nonostante la prima impressione respingente per un lettore poco avventuriero, il gioco vale la candela anche solo per alcuni elementi: nelle storie non si trovano noiosi stereotipi, il libro spazia in più generi letterari, e la miscela di racconti episodici alternati ad alcuni one-shot crea una lettura accattivante.

Con il titolo l’autore mostra di essere stato avventato, perché così facendo si pensa subito che sia un’opera di poco conto e si relega l’insieme a qualcosa di casuale. Però nel leggere ci si ricrede, e anzi, più si procede più si comincia a pensare l’opposto: si capisce che gli scritti non sono stati messi o composti a caso, e che il titolo non è altro che una provocazione.

Leggendo la quarta di copertina ci si rende conto di cosa aspettarsi, però da quelle poche parole non si capisce l’approfondimento dello scrittore riguardo i vari aspetti della mente umana: è solo dopo qualche evento che si resta affascinati. Stessa cosa avviene per i posti in cui si svolgono, tutti diversi tra loro ed in epoche differenti, e questo permette di appassionarsi di più alle vicende.

Ad una prima occhiata le vicende sono anche comuni, perché una vita all’università o per mare non sembra distante dalla nostra quotidianità: infatti è proprio l’intento di approfondire dei pensieri spesso brutali, i momenti più difficili e le situazioni portate verso l’assurdo, che rendono uniche le storie di Manenti. Non si tratta solamente di una prosa forbita ed un italiano impeccabile, d’altri tempi, quanto il fatto che si rimane basiti delle scelte che troviamo scritte su carta: ognuno può farsi un’idea su come avrebbe agito, o meno, nelle medesime circostanze.

Senza dire troppo e così togliere il piacere della scoperta, si può aggiungere che non si rimarrà delusi né dai temi trattati e né dai protagonisti, mai scialbi: qui si parla di follia e dolore, però anche di piacere e perversione. Delle volte si trova anche l’ambizione, e uno dei modelli più scioccanti viene dal cuore della raccolta: è il racconto di cui vari nel salotto letterario di scriverebene hanno parlato, quello in cui la società è soggetta ad una comunità alveare ed il declino inizia nella cieca fedeltà alla colonia e finisce nel tradimento.

Un altro punto a favore di Matteo Manenti su questo lavoro è quanto abbia ben pensato alla struttura. Il fattore che il libro sia composto in parte da trame sviluppate a più riprese in parte da racconti singoli ed autoconclusivi incentiva la giusta voglia di continuare l’esperienza, ma è proprio per come sono posizionate le avventure che lo si trova più interessante: tanto che pure nell’affrontarla per la seconda volta non ci si ritrova stufi!

L’esempio più lampante di queste scelte sapienti è l’ultima storia che, nonostante sia in realtà conclusiva, non chiude davvero il cerchio dell’antologia. Lascia il lettore soddisfatto dell’acquisto ma con un senso di vuoto nello scoprire che l’esperienza è finita così in fretta: per quanto mi riguarda non si tratta di un caso, piuttosto di una decisione ponderata nell’inserire un gancio perfetto e far interessare ad altre sue opere.

Rimane poco altro da dire prima di rivelare il voto finale, più per il fatto che non ci siano difetti di cui parlare anziché altro. Forse, l’unico appunto sarebbe il lasciare un consiglio per le persone ancora incerte riguardo l’acquisto: la qualità c’è, a dispetto della mancanza di un editore blasonato alle spalle.

Io ne sono rimasta conquistata, quindi la mia valutazione finale è di cinque stelle piene su Amazon. E la vostra?

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